Le ulcere cutanee sono una patologia poco rappresentata e considerata secondaria nella medicina attuale, anche se accompagnano il genere umano da oltre duemila anni: verosimilmente da quando l’uomo passò dalla condizione di quadrupede all’ortostatismo, sottoponendo le proprie gambe a una potenziale ipertensione venosa.
L’introduzione dell’uso del cavallo, nel VII secolo a.C., favorì ulteriormente la stasi venosa, rendendo la lesione un compagno silenzioso della storia umana.
Le tracce della patologia attraversano i testi fondativi della nostra cultura: il Vecchio Testamento, con Giobbe dal corpo coperto di piaghe suppuranti e pruriginose; il Libro dell’Esodo, con la Sesta Piaga d’Egitto e le sue «ulcere pustolose con eruzioni sugli uomini e sulle bestie»; la Bibbia, dove il profeta Isaia cura le ulcere del Re Ezechia con impacchi di emollienti naturali; il Vangelo di Luca, dove il buon Samaritano medica le ferite del viandante di Gerico con olio e vino.
Nell’antico Egitto alcuni papiri descrivono l’uso curativo del miele. E intorno al 500 a.C. un vaso ritrae Achille mentre fascia il braccio ferito di Patroclo.
La nascita del metodo
Nella sua opera De Ulceribus, Ippocrate ipotizza per la prima volta una connessione tra la comparsa delle ulcere e la presenza di varici, proponendo un primitivo metodo compressivo realizzato con spugne rudimentali. È l’intuizione che, secoli dopo, diventerà il fondamento della terapia compressiva.
Iniziano così a comparire i primi presidi sanitari: ferri chirurgici in ferro e bronzo, per la prima volta forgiati appositamente per lo scopo. Li ritroviamo negli affreschi di Pompei e in un bassorilievo marmoreo di Ercolano, che ritrae Achille mentre cura Telefo usando una punta di lancia e un pugnale.
Sul fronte della medicazione, intorno al 200 a.C. un prestigioso testo indiano di chirurgia riporta l’uso delle larve per asportare il materiale necrotico dalle ulcere — un principio di debridement ante litteram.
Il «vulnerarius»
Il primo approccio più strutturato alle ulcere è rappresentato da Arcagato, protomedico chirurgo di origine greca attivo a Roma intorno al 219 a.C. Si guadagna la cittadinanza romana curando i pubblici malati, con l’appellativo di vulnarius o vulnerarius — curatore di ferite, dal latino vulnus, vulneris.
Il suo metodo, oggi definito «interventista», ai tempi fu accusato di crudeltà: negli scritti di Plinio il Vecchio e Catone il Censore si riferisce di un uso troppo disinvolto degli strumenti chirurgici e di un eccessivo ricorso alle amputazioni, fino ad attribuirgli il soprannome di Carnifex.
Sappiamo oggi che, in un’epoca priva di antibiotici e sterilizzazione, le infezioni rendevano gli interventi demolitivi quasi l’unica via per salvare la vita. Ad Arcagato va però riconosciuto il merito di aver messo a punto le prime formulazioni cicatrizzanti efficaci e di aver dato peso nuovo al decorso post-intervento.
I rimedi di Arcagato furono prescritti per molti anni, fino all’avvento delle prime terapie topiche con impiastri vegetali, delle tecniche di bendaggio e della chirurgia delle vene dilatate, sviluppate da Celso e Galeno.
Nel 1025 d.C., nel suo Canone della Medicina, Avicenna intuisce l’importanza del confronto tra le terapie: un principio che a distanza di secoli riconosciamo come trial clinico randomizzato.
Fino a quest’epoca la ferita è vista in un’ottica misticistica: le convinzioni religiose prevalgono sull’oggettività scientifica. Le piaghe, per la loro tendenza a recidivare e per l’aspetto particolarmente sgradevole, vengono considerate punizioni divine o forme di espiazione per peccati e comportamenti abietti.
La medicazione «rara e dolce»
Dal Cinquecento iniziano a comparire i primi rimedi frutto di studio e sperimentazione dedicata. All’Ospedale di Ferrara, Cesare Magati introduce l’occlusione della ferita con più strati di medicazione per evitare l’infezione dall’esterno, e raccomanda medicazioni non frequenti per favorire il processo naturale di cicatrizzazione.
Suggerisce inoltre l’uso di cannule per far defluire il pus da una ferita ristagnante, senza mai chiuderne del tutto l’apertura. Intuizioni sorprendentemente attuali, che anticiparono di quasi due secoli i principi moderni.
«Una medicazione rara e dolce della ferita.»Cesare Magati — Ospedale di Ferrara, XVII secolo
La nascita dell’antisepsi
Lister aveva notato che la gangrena, diffusissima in ambiente ospedaliero, era rara all’esterno. Ne dedusse che la malattia — caratterizzata dalla putrefazione dei tessuti — si trasmetteva da un paziente all’altro, verosimilmente attraverso fasciature o ferri chirurgici non puliti. Ideò dunque un rigido schema operatorio per prevenire la suppurazione.
Ne pubblicò i risultati su The Lancet il 16 marzo 1867: nel titolo dell’articolo, Antiseptic Principle of the Practice of Surgery, comparve per la prima volta il termine «antisepsi». La chirurgia era ancora lontana dai concetti di sicurezza e sterilità: basti pensare che fino al 1743 i chirurghi erano associati ai barbieri.
Nel corso dei secoli la medicina si arricchisce di presidi per medicazione, materiali di bendaggio e calze elastiche, metodiche di indagine e tecniche chirurgiche sempre più sofisticate — oggetto di continua ricerca e innovazione.
Nasce così l’importanza del rapporto con la persona affetta da ulcera e della presa in carico dell’ammalato nel suo complesso, clinico e umano: il fondamento della vulnologia contemporanea e della missione di AIUC.
