AIUC - ASSOCIAZIONE ITALIANA ULCERE CUTANEE ONLUS

Le ulcere cutanee tra mito, storia e arte

Le ulcere cutanee sono una patologia poco rappresentata e considerata secondaria nella medicina attuale, anche se accompagnano il genere umano da oltre duemila anni, verosimilmente da quando l’uomo passò dalla condizione di quadrupede all’ortostatismo, e sottopose quindi le proprie gambe ad una potenziale ipertensione venosa. L’introduzione dell’uso del cavallo, nel VII° secolo a.C., favorì ulteriormente la stasi venosa.

Troviamo tracce della patologia nel Vecchio Testamento (Giobbe con il corpo coperto da piaghe suppuranti e pruriginose), nel Libro dell’Esodo (la Sesta Piaga d’Egitto con “ulcere pustolose con eruzioni sugli uomini e sulle bestie”), nella Bibbia (il profeta Isaia cura le ulcere del Re Ezechiele con impacchi di emollienti naturali), nel Vangelo di Luca (il buon Samaritano medica le ferite del viandante di Gerico con olio e vino), fino all’antico Egitto, dove alcuni papiri descrivono l’uso curativo del miele, e poi nel nel 500 a.C., quando un vaso ritrae Achille che fascia il braccio ferito di Patroclo (Fig.1 ).

  Fig. 1   Achille che cura Patroclo. ( Sosia, 500 a.C.)

Ippocrate (460-377 a.C. ), nella sua opera “De Ulceribus”, per la prima volta ipotizza una connessione tra la comparsa delle ulcere e la presenza di varici, e propone un primitivo metodo compressivo con spugne rudimentali.

Iniziano così a comparire i primi presidi sanitari, ferri chirurgici in ferro e bronzo per la prima volta appositamente forgiati per lo scopo, che ritroviamo in affreschi di Pompei del 3° sec. a.C. (Fig. 2), e poi in un bassorilievo marmoreo di Ercolano, che ritrae Achille mentre cura Telefo, usando una punta di lancia e un pugnale (Fig. 3).

    
Fig. 2 Iapice estrae una freccia da Enea                        Fig.3  Achille cura l’ulcera di Telefo. Bassorilievo marmoreo. Scavi di Ercolano

Sul fronte della medicazione, intorno al 200 a.C. un prestigioso testo indiano di Chirurgia riporta l’uso delle larve per asportare il materiale necrotico dalle ulcere.

La prima traccia di un approccio più strutturato alle ulcere è rappresentata da Arcagato, protomedico chirurgo di origine greca, che esercita a Roma intorno al 219 a.C. Si guadagna la cittadinanza romana curando i pubblici malati, con l’appellativo di “vulnarius o vulnerarius" (curatore di ferite, dal latino vulnus, vulneris). Il suo metodo oggi sarebbe definito ‘’interventista’’, ai tempi fu accusato crudeltà e ampiamente osteggiato: ci sono scritti di Plinio il Vecchio e di Catone il Censore, che riferiscono di un suo uso troppo disinvolto degli strumenti chirurgici, di un eccessivo ricorso alle amputazioni, fino ad ipotizzare una sua vendetta nei confronti dei romani conquistatori, e ad attribuirgli soprannome di Carnifex.

 Catone, Il Censore

Oggi sappiamo che, in un’epoca in cui gli antibiotici e la sterilizzazione erano ancora lontani, le infezioni aggredivano i tessuti fino a rendere gli interventi demolitivi praticamente l’unica soluzione per salvare la vita dei pazienti. Va riconosciuto però ad Arcagato il merito di avere messo a punto le prime formulazioni cicatrizzanti efficaci, e di avere attribuito un peso nuovo al decorso post intervento.

I suoi rimedi furono prescritti per molti anni, fino all’avvento delle prime terapie topiche con impiastri vegetali e tecniche di bendaggio e di chirurgia delle vene dilatate, ad opera di Celso e Galeno.

Avicenna, nel 1025 d.C., nel suo Canone della Medicina, intuisce l’importanza del confronto tra le terapie, che a distanza di secoli conosciamo come trials clinici randomizzati.

Fino a quest’epoca, la ferita è vista in un’ottica misticistica, le convinzioni religiose prevalgono sul’oggettività scientifica, e soprattutto le piaghe, per la loro componente di recidiva e il loro aspetto particolarmente sgradevole, sono considerate punizioni divine o forme di espiazione per peccati e comportamenti abbietti.

Finalmente, dal sedicesimo secolo, iniziano a comparire i primi rimedi frutti di studio e sperimentazione dedicata:  Cesare Magati ( 1579-1647 ), all’Ospedale di Ferrara, introduce l'occlusione della ferita con più strati di medicazione per evitare l'infezione dall'esterno, e raccomanda medicazioni non frequenti, per favorire il processo naturale di cicatrizzazione (una medicazione rara e dolce della ferita), e l’uso di cannule per far defluire facilmente il pus prodottosi in una ferita ristagnante, senza però mai chiudere del tutto l'apertura della ferita stessa.

Queste sue intuizioni, peraltro molto attuali, anticiparono di quasi due secoli le scoperte di Joseph Lister, che nel 1843 raccomandava il ricorso alla medicina piuttosto che alla chirurgia, per la cura delle ferite. La chirurgia, al tempo, era ancora lontana dai concetti di sicurezza e sterilità, basti pensare che fino al 1743 i chirurghi erano associati ai barbieri

Lister aveva notato che la gangrena, molto diffusa in ambiente ospedaliero era piuttosto rara all'esterno. Ciò lo aveva indotto a ritenere che la malattia, caratterizzata dalla putrefazione dei tessuti, era dovuta alla trasmissione da un paziente all'altro, verosimilmente attraverso fasciature o ferri chirurgici non puliti. Ideò pertanto un rigido schema operatorio per prevenire la suppurazione e ne pubblicò i risultati sulla prestigiosa rivista The Lancet. Era il 16 marzo 1867 e nel titolo dell'articolo: Antiseptic Principle of the Practice of Surgery apparve per la prima volta il termine "antisepsi".

Nel corso dei secoli, poi, la Medicina si arricchisce di presidi per medicazione, materiali di bendaggio e calze elastiche, metodiche di indagine e tecniche chirurgiche sempre più sofisticate, che saranno oggetto di continua ricerca e innovazione. Nasce l’importanza del rapporto con la persona affetta da ulcera, e della presa in carico dell’ammalato nel suo complesso, clinico e umano.


 

FONTE:  Ulcere Vascolari degli Arti Inferiori - Edizioni Minerva Medica, Torino 2016
Autore: Giorgio Guarnera